Gioco d’azzardo liberalizzato: nuove frontiere del profitto

Sul sito della rivista FalceMartello (di cui è superfluo indicare l’orientamento politico!) è stato pubblicato un articolo scritto da uno di noi che cerca di dare un inquadramento complessivo da un punto di vista marxista della questione del gioco d’azzardo in Italia. Lo riportiamo qui sotto, visto che riassume tutte le questioni fondamentali in campo.

Caravaggio, I bari.

Caravaggio, I bari.

Il gioco d’azzardo è un problema concreto che incide fortemente nelle condizioni della classe lavoratrice italiana. In termini di fatturato lecito, circa metà di questo fenomeno è costituito dalle macchinette mangiasoldi (slot machine e videolottery), circa un quarto da lotto e lotterie (inclusi bingo e “grattini”) e la parte restante si divide tra scommesse e poker online. Il riferimento propagandistico al gioco e allo sport è del tutto improprio: gioco e sport sono attività che rimandano alla socialità, al tempo libero dal lavoro, alla salute fisica e mentale; anche il legame con giochi d’azzardo tradizionali ma su scala familiare e di radici culturali, come la tombola o il sette e mezzo delle ferie natalizie o anche la vecchia “schedina” del Totocalcio, è ormai puramente pretestuoso. L’azzardo è oggi organizzato in maniera capitalistica come una grande truffa per estrarre una quota significativa del reddito di grandi fette della popolazione attraverso una vera e propria manipolazione psicologica di massa.

Un grande business alle spalle dei lavoratori

L’Italia è diventata il Paese che figura al primo posto nelle statistiche europee sul gambling e uno dei primissimi nelle classifiche mondiali. È impossibile non cogliere un legame tra il declino economico, sociale, politico e culturale del Paese e lo sviluppo impetuoso di questo settore. Si stima che il giro d’affari complessivo del gioco d’azzardo in Italia nel 2012 abbia superato i 100 miliardi di euro, circa 87 miliardi dei quali corrispondono al fatturato dell’azzardo legale: il gioco clandestino è dunque un fenomeno minoritario sebbene preoccupante, qui non si tratta della contrapposizione evanescente tra capitalismo “a norma di legge” e capitalismo “criminale”. Supponendo che i minorenni non giochino d’azzardo (e invece molti lo fanno), i dati ci dicono che ogni anno in media ciascun maggiorenne in Italia spende più di 1400 euro in azzardo; di questi soldi, una parte viene redistribuita tra i giocatori stessi aumentando la diseguaglianza sociale (dai molti che si rovinano ai pochissimi che vincono), ma 350 euro all’anno sono la perdita netta media pro capite. Chiaramente dietro questa media, già elevatissima, c’è tutta una gamma di casi che va dal giocatore d’azzardo patologico che si vende la casa per le slot machine fino a quello che non gioca nulla. Non vogliamo concentrarci sul fenomeno della dipendenza da azzardo, difficile da quantificare (il Dipartimento Antidroga del governo ha prodotto cifre che non escludono che siano anche più di 1 milione) e talvolta anche da definire precisamente: un giocatore “responsabile” che butta via 300 euro in macchinette solo una volta ogni tanto, ma che sente di poter smettere quando vuole, a noi sembra patologico perlomeno quanto è patologico questo sistema sociale chiamato capitalismo.

Il punto essenziale per noi è che, siccome colpisce in maniera spoporzionata i ceti più deboli, il gioco d’azzardo ci ricorda la frase del Manifesto Comunista: «Quando lo sfruttamento dell’operaio da parte del padrone di fabbrica è terminato in quanto all’operaio viene pagato il suo salario in contanti, si gettano su di lui le altre parti della borghesia, il padron di casa, il bottegaio, il prestatore su pegno e così via». Quando al proletario viene pagato il suo stipendio o la sua pensione, si gettano su di lui il gestore di slot machine, il concessionario del Gratta e Vinci… E anche in questo caso torna l’usuraio, visto che è stato dimostrato il legame tra l’installazione di macchinette mangiasoldi nei bar e l’aggirarsi famelico di generosi signori disposti a prestare qualche soldo al pensionato che ha appena finito i suoi risparmi alla slot. Il fatto che questa forma di sfruttamento secondario sia su base “volontaria” non ce lo rende meno odioso, e del resto tecnicamente anche lo sfruttamento in fabbrica è “volontario”: il libero mercato è così libero che si può sempre decidere di restare disoccupati!

Questo meccanismo micidiale minaccia di far sprofondare settori di classe operaia nel sottoproletariato, come lo fanno l’alcoolismo, l’eroina, gli sfratti, i licenziamenti ecc. Nel segnalare questi problemi e studiarne le soluzioni politiche non ci muovono quindi la compassione o uno spirito missionario: si tratta di difendere l’esistenza concreta di un proletariato capace di sviluppare coscienza di classe e di organizzarsi. Fa parte delle tradizioni della sinistra rivoluzionaria la lotta contro tutte quelle emergenze sociali che degradano e disgregano la classe. In questo caso non è solo una questione di soldi o di salute, ma anche una forte questione ideologica: l’operaio, l’impiegato, lo studente, il precario, il disoccupato che per migliorare le proprie condizioni ripone una fede superstiziosa in una improbabilissima vincita fortunata sta facendo suo il punto di vista della borghesia, che da sempre affida i suoi patrimoni (“le sue fortune”, appunto) al caso dell’andamento di Borsa, dell’affare andato a segno, del concorrente caduto in disgrazia. Il mondo del lavoro in questa crisi è già diventata una lotteria, vogliamo giocarci alla lotteria anche il nostro tempo libero e le nostre speranze di riscatto? Questa propaganda è calcolata dallo stesso Stato e dalle lobby dell’azzardo, che promuovono pubblicità ingannevoli, per esempio promettendoti una “vita in vacanza” con i nuovi “grattini” che mettono in palio uno stipendio vitalizio.

Statale e privato, legale e mafioso… ma sempre capitalismo

Il gioco d’azzardo in Italia è diventato un settore economico di primaria importanza, che impiega migliaia di persone. Anche quei lavoratori sono naturalmente vittime del meccanismo, venendo impiegati in attività del genere invece che nello sviluppo, nella gestione e nella distribuzione di vere attività ricreative come i vecchi flipper e i videogiochi. Gli stessi lavoratori dei bar, spesso precari o in nero, si trovano trasformati loro malgrado in croupier, buttafuori e camerieri di casinò, mettendo a rischio la loro sicurezza e la loro serenità sul posto di lavoro.

È inoltre nota l’importanza del capitalismo mafioso nel settore del gioco d’azzardo. I clan mafiosi, che da sempre dominano le bische e le scommesse clandestine, hanno investito per anni nei videopoker (come il clan Valle-Lampada che ha per quella via guidato la “colonizzazione mafiosa” di alcune province lombarde), per poi reinvestire, dopo la liberalizzazione del gioco d’azzardo attuata dal famigerato decreto Bersani (2006), nel gioco lecito. Questo reinvestimento assume varie forme, dalle slot truccate (e quindi fuorilegge) alla creazione di monopoli di fatto nell’installazione delle macchinette grazie al controllo violento del territorio, al semplice riciclaggio di denaro sporco frutto di altre attività criminali. Per quanto venga negato istericamente dai “padroni delle slot” e dai politici a loro libro paga, che la liberalizzazione del gioco abbia esteso invece che contrastato il dominio mafioso è ormai riconosciuto da tutti i più importanti attivisti e giornalisti antimafia (un nome su tutti: Giovanni Tizian, che vive sotto scorta dopo aver denunciato gli interessi della mafia emiliana nel gioco d’azzardo liberalizzato). Non ci stupisce: abbiamo sempre sostenuto che il capitalismo mafioso non è antagonista rispetto al capitalismo legale, ma vive in sua simbiosi e ne è socio in affari.

Lo stesso dicasi del rapporto malato tra lo Stato borghese e il capitalismo privato, soci in affari anche nell’estorsione di ricchezza al popolo tramite il gioco d’azzardo, visto che una fetta della torta (in verità piuttosto scarsa) va proprio ai Monopoli di Stato tramite il meccanismo della tassazione indiretta e delle concessioni. Si fa un gran parlare dello “Stato biscazziere”, ma per noi marxisti è essenziale sottolineare il peso decisivo del capitale privato e gli interessi colossali che questo muove. Confindustria ha formato Sistema Gioco Italia, una federazione di associazioni datoriali proprio per rappresentare gli operatori (legalmente riconosciuti) del “gioco lecito”; una di queste associazioni, Assotrattenimento, è particolarmente aggressiva nella difesa degli interessi dei suoi iscritti, organizzando ricorsi collettivi al TAR contro leggi locali restrittive verso il proliferare di slot machine e sale slot, e anche un esposto giudiziario contro il Collettivo Senza Slot di Pavia, preso a bersaglio proprio per la sua impostazione chiaramente anticapitalista.

L’azzardo come bolla speculativa

Un altro aspetto da non trascurare nel quadro complessivo è il carattere di bolla speculativa assunta da questo settore. L’azzardo è un’altra faccia dell’economia parassitaria che viene pompata dal capitale italiano nel tentativo di contrastare il suo declino storico e l’incapacità strutturale della grande borghesia nazionale di svolgere alcun ruolo progressista nello sviluppo delle forze produttive. Non è preciso affermare che il settore faccia affari d’oro con la crisi: se questo è vero in termini assoluti, si può però notare che nel 2012 le perdite nette dei giocatori d’azzardo sono diminuite del 4,1% rispetto all’anno prima, così come i guadagni dello Stato e dei privati, di fronte a un aumento, paradossalmente, del fatturato complessivo. Questo significa che si gioca d’azzardo sempre di più, con un numero di giocatori che continua a crescere, ma con tassi di profitto sempre minori. Molte sale slot vengono aperte ma restano deserte perché il mercato è ormai saturo: evidentemente servono solo al riciclaggio. Quando anche questa bolla scoppierà, ci troveremo ancora una volta a raccogliere i cocci delle esposizioni bancarie, delle ricadute occupazionali ecc.: come al solito, profitti privatizzati e perdite socializzate.

La stessa Confindustria descrive la situazione in toni allarmistici come una saturazione del mercato e si aprono trattative con lo Stato per gestire il “problema” del gettito fiscale in calo; la politica borghese (che, come hanno dimostrato varie inchieste giornalistiche, è in larga parte telecomandata in modo trasversale dalle lobby del gioco d’azzardo) cerca “soluzioni” che aprano nuovi terreni di profitto per questi avvoltoi, per esempio ultimamente abbiamo avuto la deregulation delle scommesse su Internet.

La “linea morbida”: l’ultima spiaggia della lobby

L’esplosione della questione sui mezzi di comunicazione di massa, frutto di un lavoro certosino di controinformazione che è partita inizialmente soprattutto da chi si occupa di antimafia e di dipendenze, ha trasformato questo tema in una questione politica nazionale e locale di un certo rilievo. Sconfitta, perlomeno dal punto di vista del consenso popolare ormai prossimo allo zero, la linea del “lasciamo tutto com’è”, vediamo emergere da questo dibattito una posizione riformista che riteniamo pericolosa perché rappresenta un’ancora di salvezza per chi lucra sull’azzardo, che è ben disposto a “cambiare tutto perché nulla cambi”. Questa posizione, che ormai è egemone nelle dichiarazioni pubbliche dei politici di tutti gli schieramenti, sostiene che l’azzardo vada “regolamentato meglio”.

Si sprecano in questa direzione le iniziative pubblicizzatissime di politicanti poco credibili e delle stesse associazioni imprenditoriali. Si propone magari di stabilire un limite di distanza (tipicamente 200 metri) delle nuove sale slot dalle scuole, ma le sale slot sono già migliaia e comunque gli studenti col vizio dell’azzardo sono capacissimi di camminare per 205 metri. Oppure si propongono ridicoli sconti fiscali per i bar che tolgono le macchinette, senza neanche calcolare che un bar può guadagnare circa 1500-3000 euro al mese con le slot machine e quindi non c’è sconto fiscale capace di convincerlo a toglierle sulla base del semplice interesse economico. Lo sbandieratissimo decreto Balduzzi è figlio di questa impostazione: prevede che dove ci sono macchinette mangiasoldi in un angolino si appenda un foglio dove si spiega che spendere tutto lo stipendio alle slot fa male (ma va’?). Inoltre, il decreto Balduzzi persegue la stessa logica seguita in passato dai padroni con la creazione di “enti bilaterali” coi sindacati: rendere propria complice quella che dovrebbe essere la controparte; ed ecco dunque la formazione di un Osservatorio nazionale sulle ludopatie con cui blandire le associazioni “no slot” più morbide. A giocare di sponda con i confindustriali sono elementi come l’On. Binetti o il sindaco di Pavia Cattaneo, presidente pro tempore dell’ANCI, che si stanno accreditando come “no slot dialoganti”. Pavia ha un carattere fortemente simbolico perché è considerata “la capitale italiana del gioco d’azzardo” dove il problema ha raggiunto proporzioni da record; questo si combina con la forza dell’economia mafiosa e parassitaria in città e con dettagli inquietanti come la presenza in consiglio comunale, nella maggioranza di centrodestra, di un dirigente di una società che gestisce slot machine!

È giusto sottolineare che molti seri attivisti contro l’azzardo abbracciano la linea riformista in buona fede, perché non vedono possibilità alternative. Con questi elementi bisogna dialogare e convincerli della necessità di adottare invece una “linea dura”. La linea dura consiste nella semplice “abolizione del gioco d’azzardo liberalizzato”, come chiedeva la manifestazione di protesta che si è tenuta a Pavia il 18 maggio scorso, con presenze al corteo che tutti i mass media hanno stimato attorno alle 400 persone. In quella manifestazione si sono determinate due novità rilevanti: si sono incontrati attivisti “no slot” provenienti da varie zone del Paese e si è vista l’adesione non solo (come era stato finora) dell’associazionismo (specie cattolico, come la Casa del Giovane di Pavia e il suo Movimento No Slot) e di esponenti istituzionali, ma anche di realtà che appartengono al mondo laico e di sinistra. Tra le adesioni ufficiali c’erano la CGIL locale, l’USB locale e nazionale, l’UdU, l’ARCI, Libera. Ai comizi finali sono intervenuti anche gli attivisti dei picchetti antisfratto che lottano per il diritto alla casa; chi è intervenuto ha parlato di lavoro, di cultura, di crisi economica. Tra le realtà che fanno un lavoro sul territorio con una posizione molto radicale possiamo menzionare, oltre al Collettivo Senza Slot di Pavia che ha promosso l’iniziativa, il Nuovo Cinema Palazzo di Roma (un centro sociale sorto nel 2011 in opposizione all’apertura di un casinò a San Lorenzo) e la comunità di Don Gallo, San Benedetto al Porto; tra questi gruppi si sta delineando una collaborazione più stretta, per esempio il 12 giugno il Cinema Palazzo ha organizzato una protesta sotto la sede di Confindustria proprio in solidarietà agli attacchi giudiziari subiti da Senza Slot a Pavia. Naturalmente l’impegno di piccole avanguardie non è sufficiente a sconfiggere la controparte, ma deve preparare l’allargamento della lotta a tutto il movimento operaio e alla sinistra di classe e di movimento, promuovendo l’inserimento di questi temi in un programma generale di trasformazione della società.

Rivendicazioni transitorie per combattere la società dell’azzardo

La manifestazione del 18 maggio avanzava quattro rivendicazioni: l’abolizione del gioco d’azzardo liberalizzato, la proibizione della pubblicità all’azzardo, la prevenzione e la cura delle patologie da dipendenza d’azzardo a carico del SSN e un invito alle amministrazioni locali ad ostacolare il proliferare di macchinette e sale slot con i pochi mezzi che la legge dà loro a disposizione. Il primo punto è quello che merita il maggiore approfondimento e che può rappresentare il discrimine tra una posizione riformista di semplice gestione dell’esistente e un vero attacco ai profitti della lobby dell’azzardo.

Una posizione lungimirante sul gioco d’azzardo deve riconoscere che non è sufficiente proibire per eliminare. Né il proibizionismo moralista né l’antiproibizionismo liberista danno risposte soddisfacenti. Bandire il gioco d’azzardo legale senza approntare politiche pubbliche di riduzione del danno, proprio come nel caso delle dipendenze da sostanze, finirebbe per alimentare il mercato illegale (bische clandestine). Per questo motivo è necessario formulare un piano di nazionalizzazione (legalizzazione controllata) del comparto del gioco d’azzardo, che non può essere lasciato in mano agli interessi dei profittatori (legali e illegali): si tratta di espellere le macchinette dai bar e dalle tabaccherie, di chiudere buona parte delle sale slot e di trasformarne una piccola parte in spazi pubblici per la riduzione del danno. In questi spazi pubblici chi ha una dipendenza da azzardo potrebbe interagire con macchinette progettate ad hoc per accompagnarli fuori dal tunnel; negli stessi spazi dovrebbe essere possibile entrare in contatto con personale qualificato per un aiuto sociale a tutto campo e con occasioni di gioco vero e socializzante. Questo è possibile a condizione che lo stesso Stato sia obbligato a non utilizzare l’azzardo come una forma di finanziamento ma come un costo sociale; evidentemente, non è un compito che può assolvere l’attuale ceto politico borghese. Per questo motivo noi crediamo che una vera soluzione al problema non sia possibile senza una vasta mobilitazione di massa e senza l’avvio di una profonda trasformazione sociale e politica. Anche questo tema è per noi un caso che esemplifica la necessità del socialismo e della lotta di classe.

Pubblicato in Blog, Rassegna Stampa
Un commento su “Gioco d’azzardo liberalizzato: nuove frontiere del profitto
  1. Sergio scrive:

    Vorrei avere riscontro circa la presenza della famiglia Berlusconi o suoi mandatari nelle quote di proprietà di imprese legate al gioco di azzardo, soprattutto quello online. Ho fatto ricerche in I Internet ma senza successo. Una conferma in tale senso sarebbe utile nel sostenere la battaglia contro questo scandaloso sconto fiscale, frutto di una norma immorale, che andrebbe anche esso modificato.
    Saluti

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