Perché non appoggiamo la proposta di legge di Legautonomie Lombardia

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Abbiamo letto la bozza e la presentazione della duplice proposta di legge di iniziativa popolare che sta formulando Legautonomie Lombardia sul gioco d’azzardo. L’intenzione da parte dei promotori è di far partire una raccolta firme già a settembre e li ringraziamo per averci consultati. Dobbiamo però dire che non siamo proprio entusiasti dell’idea così come è stata finora formulata.

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La presentazione inizia molto male, dicendo che l’obiettivo della legge non è limitare il gioco d’azzardo, perché non si vogliono porre ostacoli alla libertà d’impresa. Questo approccio liberista naturalmente non ci convince per nulla, né nel caso del gioco d’azzardo, né nel caso dei cosiddetti “beni comuni” (acqua, ambiente ecc.), né in tutti gli altri casi. In nome della libertà d’impresa si privatizza, si licenzia, si delocalizza, si inquina e via dicendo. No grazie!

Secondo la presentazione, l’obiettivo di questa legge non sarebbe neppure limitare quantitativamente l’azzardo, ma soltanto “regolamentarlo” per prevenire la dipendenza da gioco d’azzardo. Questa idea è da un lato irrealistica (perché non si può veramente regolamentare un mercato che viene lasciato nelle mani delle lobby private), dall’altro troppo limitata nel suo raggio d’azione, perché si occupa solo dei giocatori d’azzardo patologici (GAP) che fortunatamente sono solo una minoranza delle persone che vengono impoverite e manipolate psicologicamente dalle macchinette mangiasoldi, dai “grattini” e dalle altre trappole del gioco d’azzardo liberalizzato. Impostare la questione solo pensando a “tamponare” questi casi estremi secondo noi si risolve nell’accettazione del gioco d’azzardo “fisiologico” che non è meno nocivo per l’insieme della società e in particolare per i ceti più deboli. Chi butta via “solo” uno stipendio all’anno in gioco d’azzardo, come fa il “giocatore medio” (non patologico), è una persona che è indotta a comportarsi in un modo responsabile e socialmente sostenibile?

Andiamo però sul merito delle proposte, che vedono una miscela di passi avanti, di specchietti per le allodole e di proposte irricevibili da parte di chi voglia considerarsi un coerente oppositore della “società dell’azzardo”.

Proposte utili ma insufficienti:

  • Giusta la proibizione della pubblicità al gioco d’azzardo, se è questo il significato delle ambigue espressioni utilizzate nel documento. Va detto chiaramente che non si tratta di distinguere tra pubblicità “ingannevole” ed “informativa”, “apologetica” o “neutrale”: ogni pubblicità del gioco d’azzardo è per definizione un imbroglio.

  • Giusto, in astratto, il riordino della tassazione, ma il punto per noi non è quanto si tassa l’azzardo liberalizzato: il punto è abolire l’azzardo liberalizzato.

  • Giusto dire che il sindaco è preposto a dare l’autorizzazione, ma cosa significa “previo parere della questura”? Se la questura dà parere positivo (come fa sempre attualmente), il sindaco può ignorare il parere e proibire lo stesso l’apertura? Non sarebbe più semplice rivendicare che i sindaci abbiano puro e semplice diritto di veto sull’installazione di macchinette sul territorio comunale?

  • Giusto dire che le macchinette vanno tolte punto e basta dai bar e dai locali pubblici non preposti al gioco d’azzardo. Su questo siamo totalmente d’accordo, ma più sotto faremo alcune osservazioni sulla discutibile controproposta che viene avanzata nella bozza.

Proposte inutili:

  • Vincolare l’accesso alle macchinette tramite l’uso del tesserino sanitario non serve a nulla, come non è servito a nulla introdurre lo stesso meccanismo nei distributori di sigarette. Chi vorrà giocare d’azzardo fuori dalle regole si farà prestare (o magari noleggerà!) un tesserino da qualcun altro, magari da un maggiorenne nel caso dei minori. Se la macchinetta si bloccasse dopo una forte perdita, come ha proposto qualcuno nel consiglio regionale della Lombardia, è facile immaginare cosa succederebbe: qualche “avvoltoio” che staziona vicino alle macchinette legali darebbe al giocatore patologico “provvidenziali” indicazioni su dove andare a giocare clandestinamente. Così, molto “all’italiana”, chi lucra sul gioco lecito potrà sentirsi con la coscienza a posto (“Da noi ci sono solo giocatori fisiologici!”), e si creerà una comoda “porta girevole” tra gioco lecito e gioco illegale, a tutto vantaggio delle mafie.

  • I riferimenti alla “distanza minima dai luoghi sensibili” sono fonte di confusione, perché i casi sono due: o la distanza minima è un escamotage per proibire l’azzardo punto e basta mettendogli i bastoni tra le ruote, e allora secondo noi è meglio dirlo chiaro e tondo, oppure si crede davvero che cambi qualcosa se una sala slot dista 300 metri piuttosto che 200 da una scuola, e allora non si è capito nulla del fenomeno.

  • L’Osservatorio nazionale sulle dipendenze da gioco d’azzardo, previsto dal truffaldino decreto Balduzzi, è una presa per i fondelli bella e buona. Si tratta di un organismo sostanzialmente inutile, presieduto dagli stessi (AAMS, governo ecc.) che fanno proliferare le macchinette e l’azzardo, il cui vero obiettivo è cooptare le associazioni “no slot” per “comprarsele”. Non ci interessa discutere su come migliorare questo ente inutile, come invece fa la bozza.

Proposte sbagliate:

  • Il fulcro di questa proposta di legge di iniziativa popolare è lo spostamento delle macchinette mangiasoldi in apposite “sale giochi concessionarie”. Si propone l’introduzione di due tipi di casinò: i kursaal, in numero di 2 per regione, e le più piccole gaming hall, in un numero addirittura di una ogni 5000 abitanti (quindi, 12mila sul territorio nazionale, 14 in una piccola città come Pavia, più di 500 a Roma). Queste strutture sarebbero private e sottoposte a un regime di concessioni; i risultati di una politica di questo genere l’abbiamo già vista con i Gratta e Vinci, con le scommesse ecc. che, pur non funzionando secondo “la legge della giungla” come le slot machine, non sono meno nocive socialmente, meno esposte ad infiltrazioni criminali e a meccanismi corruttivi, meno pervasive. Questo meccanismo, limitando artificialmente l’offerta, non farebbe altro che alzare il tasso di profitto degli oligopolisti che riuscissero (magari anche “oliando un po’” i meccanismi politici) ad accaparrarsi le concessioni. Varcata la soglia dei kursaal e delle gaming hall, ci troveremmo di fronte agli stessi meccanismi perversi delle odierne sale slot, sebbene in un contesto leggermente più controllabile.

  • Sbagliatissimo è poi chiedere che il gettito erariale sul gioco sia dirottato, anche solo in parte, a livello locale. Sarebbe particolarmente grave se in qualche modo i comuni fossero indotti a ritenere, come ci sembra chiedano alcuni amministratori locali in crisi d’astinenza di trasferimenti dallo Stato centrale, che il gioco d’azzardo (magari proprio le famose gaming hall…) sia una possibile fonte di entrate invece che un problema, socialmente costoso, da combattere e risolvere. Queste proposte concordano pericolosamente con quelle di Confindustria, che lo dice chiaramente: in questo modo tanti sindaci “no slot” verranno “ammorbiditi” dalla prospettiva di un facile guadagno per le casse comunali!

  • Crediamo sia sbagliato anche stabilire percentuali sulla tassazione del gioco d’azzardo da destinare a fondi per la cura del GAP, per attività sociali e culturali ecc. In questo modo si rende la cura del GAP dipendente proprio dalla diffusione del gioco d’azzardo, creando un evidente conflitto di interessi nelle strutture preposte a curare queste patologie. Ci va benissimo che si decida, per rendere una proposta di legge autosufficiente dal punto di vista della copertura finanziaria, di vincolare una parte del gettito dell’azzardo a scopi sensati, e anche a compensare i disastri creati dal gioco d’azzardo liberalizzato. Ma non si può farlo stabilendo percentuali, perché questo significa creare un ulteriore incentivo a mantenere elevato il fatturato di questa industria nociva. Si indichi semmai una cifra precisa, che resterebbe stabile (al netto dell’adeguamento all’inflazione) nel tempo, andando così ad erodere maggiormente i guadagni del settore via via che il fatturato si assottiglia.

Concludendo, riconosciamo alcune buone intenzioni agli estensori della proposta, ma ci sembra che si siano fatti prendere la mano dalla volontà di fare proposte moderate e riformiste, in un settore che invece richiede un intervento con la mano dura. Nelle pieghe delle ambiguità di questa proposta, c’è il rischio molto concreto che si annidino nuovi conflitti d’interesse, in particolare da parte degli amministratori meno scrupolosi (che sono secondo noi – ci spiace dirlo – la maggior parte, del resto appartengono agli stessi partiti responsabili della situazione attuale) i quali potrebbero per questa via cercare di ottenere il controllo dei flussi di denaro di cui oggi si impadroniscono soprattutto gli imprenditori privati e le mafie, e in parte lo Stato centrale. Ci sono già migliaia di italiani dipendenti dal gioco d’azzardo, non ci serve avere anche le amministrazioni comunali dipendenti dal gioco d’azzardo!

Inoltre, gli stessi confindustriali che rappresentano i “padroni delle slot” (Assotrattenimento, Sistema Gioco Italia) sostengono la necessità di “regolamentare”, di “pianificare” la distribuzione delle sale (parlano di “piano regolatore delle slot”), finanche di attuare una “cura dimagrante” (sic) per affrontare il problema della saturazione del mercato dell’azzardo, che è oggi pompato da investimenti irresponsabili costituendo una vera e propria bolla speculativa. Sperano in questo modo di mantenere intatti i loro profitti anche quando la bolla inevitabilmente scoppierà.

L’idea dei casinò (kursaal, gaming hall) come unico luogo in cui sia permesso il gioco d’azzardo si basa su un ragionamento giusto, e cioè che non puoi lasciar proliferare ovunque ciò che vorresti tenere sotto controllo; tuttavia, questo ragionamento non viene sviluppato, per paura di rompere il tabù della proprietà privata e della libertà d’impresa. La logica privatistica che ha dominato la società negli ultimi decenni, conducendola peraltro nell’odierna condizione rovinosa, domina anche questa proposta di legge.

La vera soluzione al problema, capace di affrontarlo in modo drastico senza però cedimenti al proibizionismo, è solo una: si confini il gioco d’azzardo in casinò di proprietà statale che non funzionino come fonte di entrate neppure per lo Stato. Invece delle concessioni ai privati, noi chiediamo la nazionalizzazione del settore dell’azzardo. Invece di kursaal e gaming hall volti a sostenere la domanda di gioco d’azzardo, noi proponiamo sale gioco pubbliche informate al principio della riduzione del danno dirette all’obiettivo della estinzione della domanda di gioco d’azzardo. Invece di meccanismi di tassazione che permettano allo Stato centrale e agli enti locali di arricchirsi alle spalle dei loro cittadini più deboli, noi proponiamo che le sale gioco pubbliche siano no-profit e anzi siano sostanzialmente dei luoghi di cura, con macchinette e altre attrazioni costruite coscientemente con l’obiettivo di minimizzare le perdite dei giocatori e di incentivare l’uscita dal tunnel, oltre naturalmente a costituire una alternativa alle bische clandestine capace di tagliare le gambe al gioco d’azzardo illegale.

Per queste ragioni non riteniamo di poter sostenere questa proposta di legge e invitiamo i suoi estensori a modificarla radicalmente nel senso da noi indicato. Al tempo stesso, crediamo che l’urgenza del problema renda necessario convergere subito su una proposta semplice e immediata che blocchi l’aggravarsi del problema. Proponiamo dunque di proseguire la discussione tra di noi, ma chiedere nel frattempo una moratoria sull’apertura di nuove sale slot e sull’installazione di nuove macchinette finché non si sarà arrivati ad una nuova legislazione sul tema. Sia chiaro: la moratoria non è una soluzione, ma pensiamo sia necessaria per affrontare in modo sereno un dibattito generale, che si deve tenere dal basso in tutto il Paese, su come uscire dalla situazione odierna.

La lotta continua per arrivare all’abolizione dell’azzardo liberalizzato, dell’azzardo privato in concessione statale, dell’azzardo statale a scopo di lucro.

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